forse non c'era mai stata
- tonsofme

- Feb 16, 2025
- 4 min read
Pigri raggi di sole striati d’arancio trascinavano le ultime ore del pomeriggio verso l’oscurità. Filtrando dai vetri rotti della finestra, trafiggevano l’aria polverosa della stanza per andare a disegnare lunghe ombre sulle piastrelle rossastre del pavimento. Fuori, nonostante l’ora, le temperature non si erano ancora abbassate. Ti eri concessa di guardare un’ultima volta il vecchio orologio appeso al muro: la lancetta dei secondi aveva quasi completato la sua sfrenata corsa, solo pochi istanti ti separavano da quel momento.
Ed eccola, finalmente lei era lì. Non c’era giorno in cui avesse mancato al vostro appuntamento. Sulla soglia d’entrata si era soffermata un momento, l’immancabile ramazza nella mano sinistra, poi aveva sceso quel minuscolo gradino che ancora teneva i vostri due mondi separati.
Non importava se sugli alberi le gemme erano in procinto di sbocciare o se le foglie accartocciate abbandonavano i rami per trovare riposo sul suolo. Non contavano le nubi in cielo o le rondini che volavano basse sopra l’erba annunciando la pioggia. Non comportava alcuna differenza se il vento spirasse caldo oppure se sferzando sulle guance t’avesse intorpidito il volto. Per lei il passare delle stagioni non significava più nulla, e non esisteva condizione climatica che avrebbe potuto influire sul modo di vestire che per tutta la sua esistenza l’aveva accompagnata. Indossava la solita gonna scura; il tessuto pesante s’increspava a ogni passo e la precedeva, indicandoti in che direzione si sarebbe mossa. La camicia, rigorosamente a maniche lunghe, era abbottonata fino al colletto rotondo orlato di pizzo, la sua collana di perle sbucava appena al centro, un luccichio nascosto dal bavero. Dietro gli enormi occhiali tondi, i suoi occhi, sfocati, sembravano molto più grandi del normale. Per quanto la scrutassi, ogni tua particella era consapevole di quella battaglia persa in partenza: non eri mai riuscita a vedere veramente il suo viso. Con ostinatezza lo fissavi, nella speranza che prima o poi la foschia si sarebbe dissipata e avresti potuto finalmente cogliere i lineamenti induriti dall’età, le rughe che bisbigliavano la sua vita, ogni macchia che era traccia delle infinite rivoluzioni del Sole a cui quella donna aveva assistito. Ma, appunto, era una battaglia che non avresti mai potuto vincere; quel viso nella tua mente non si imprimeva mai, lontano e irraggiungibile. Ti illudevi che dalle sue labbra potesse uscire qualcosa, un sussurro o anche soltanto un sospiro. Ci speravi più che altro: desideravi che ti rivolgesse anche solo la più minuscola delle parole, o un mugugno. Era il ticchettio della lancetta l’unico suono a riempire il silenzio di quella grande stanza polverosa.
Al centro tu stavi ferma, la guardavi soltanto. Come gravitando attorno alla sua personale stella rossa, lei ti girava intorno: in maniera inconscia manteneva costante la vostra distanza; due magneti nel respingersi avrebbero fallito tentando di eguagliarvi. Avresti potuto guidarla nell’azione seguente da compiere, indicarle l’angolo verso il quale inevitabilmente si sarebbe diretta, mostrarle quella piastrella crepata su cui ostinatamente si sarebbe soffermata più a lungo. Conoscevi a memoria ogni mossa di quella messa in scena sempre identica a sé stessa, spesso ti domandavi se non fossi tu stessa la regista di tutto ciò. Forse lo eri davvero, l’artefice di quel momento incastonato nella tua mente. Ormai non sapevi neppure più distinguere se ci fosse stato un momento in cui tutto ciò era successo e tu avevi fatto da semplice spettatrice, spiando, oppure se fosse tutta un’invenzione della tua immaginazione, una favola che ti raccontavi da sola, un’allucinazione.
Ogni cosa si ripeteva sempre alla stessa maniera, un frammento di tempo incastonato nell’eternità, ma vivere ciascun particolare come fosse imprevedibile e nuovo non ti avrebbe mai stancata. Ogni volta che tutto questo ricominciava da capo, nonostante t’assalisse il legittimo dubbio di essere impazzita una volta per tutte, una sensazione di conforto ti pervadeva e vinceva su qualsiasi altro pensiero. Lei era lì, a pochi passi da te, avresti quasi potuto afferrarla se solo ti fossi protesa un minimo anziché rimanere immobile al tuo posto. Volteggiava per la stanza, la vedevi muoversi e fendere l’aria pesante. Era appena qualche centimetro più bassa di come l’avevi immaginata osservandola seduta, ma non faceva alcuna differenza perché lei si muoveva, era quella l’unica cosa che contava veramente. Non era più la bambola di pezza che avevi osservato per anni, che dagli altri veniva spostata, trasportata, traslocata come fosse un complemento d’arredo: lei stava in piedi, e camminava, e sorrideva. Come sempre, quello era l’istante più bello e allo stesso tempo più doloroso: il tuo cervello finalmente processava le immagini che scorrevano davanti a te, il fatto che lei stesse in piedi e ogni piccolo tassello di quel quadro cominciava a sgretolarsi. Niente di ciò che stava accadendo era reale. Erano anni che le sue magre gambe non sostenevano più il suo inconsistente peso, erano anni che le sue mani non afferravano più un corpo che fosse vivo o morto, erano anni che le sue labbra non si aprivano più in un sorriso. Erano anni che quella donna non esisteva più, rimpiazzata da un involucro vuoto, muto, inerte.
D’impulso avevi chiuso gli occhi per paura che le lacrime trovassero una via di fuga, un nodo aveva invaso il tuo petto e aveva reso faticoso il respirare. Ti eri concessa un solo secondo di debolezza, per poi alzare nuovamente lo sguardo.
Al centro della stanza adesso eri sola, lei non c’era più. Forse non c’era mai stata.









:) grazie